Perché i buoni propositi falliscono (e le promesse di Dio resistono)
Nel 2005, durante il discorso di laurea a Stanford, Steve Jobs concluse con un’esortazione diventata iconica: «Stay hungry, stay foolish». Un invito a non smettere di desiderare e a spingersi sempre oltre. Funziona finché l’energia regge. Ma cosa accade quando il cammino si allunga e l’intensità iniziale non basta più? È lì che molti buoni propositi iniziano a cedere.
Qui è utile chiarire una distinzione che spesso confondiamo. Un proposito non è un obiettivo.
L’obiettivo riguarda il risultato: si raggiunge o si fallisce. Il proposito, invece, riguarda la direzione. Non chiede di garantire un arrivo, ma di scegliere che cosa “tenere davanti” mentre si cammina. Per questo un obiettivo può annullarsi al primo insuccesso, mentre un proposito, anche quando si inciampa, resta davanti a noi. Molti propositi falliscono perché vengono trattati come obiettivi: caricati di aspettative, valutati solo in base al risultato, abbandonati quando non funzionano.
La lingua latina aiuta a capire meglio questa differenza. Propositum viene da pro-ponere: pro indica ciò che sta davanti, ponere significa porre, collocare. Il proposito, dunque, non è ciò che prometti di raggiungere, ma ciò che decidi di mettere davanti a te lungo la strada. È una categoria spaziale prima ancora che morale. Il problema nasce quando davanti non mettiamo una direzione, ma una prestazione: la nostra capacità di perseguire, di controllare, di non cedere. È una posizione fragile, perché prima o poi anche la volontà più motivata si consuma.
La Bibbia osserva questo fallimento con uno sguardo sorprendentemente realistico: riconosce che l’uomo è capace di progettare, ma non di rendere stabile da solo il proprio cammino.
«Il cuore dell’uomo progetta la sua strada,
ma il Signore rende saldi i suoi passi» (Pr 16,9).
La fragilità non sta nel progettare, ma nel pretendere che il progetto basti a sé stesso.
Questa logica prende corpo nel racconto dell’Esodo. Israele non esce dall’Egitto perché ha elaborato buoni propositi, ma perché ha ricevuto una promessa. Prima del deserto, Dio aveva già parlato: aveva ascoltato il grido del popolo e aveva promesso la sua presenza. Il cammino nasce da una parola affidabile, non da una decisione autonoma. E nel deserto quella promessa non viene ritirata né trasformata in scorciatoia.
Dio non accorcia il percorso, ma “resta davanti”:
«Il Signore camminava davanti a loro» (Es 13,21).
È la presenza, non la previsione del risultato, a rendere possibile il passo successivo.
Per questo le promesse, nella Bibbia, non funzionano come garanzie di successo.
Le promesse non garantiscono l’arrivo. Sostengono durante il cammino.
La Lettera agli Ebrei lo esprime con grande lucidità parlando dei patriarchi:
«Le salutarono da lontano, confessando di essere stranieri e pellegrini sulla terra» (Eb 11,13).
Le promesse non sempre si realizzano, ma sono immutabili e infallibili: abbastanza vicine da indicare una direzione, abbastanza lontane da impedire l’illusione del controllo.
Il libro dei Salmi afferma per voce di Davide:
«Ho posto il Signore davanti a me» (Sal 16,8).
Non è una dichiarazione di forza, ma di direzione. Non dice “non cadrò”, ma “so dove guardare”. La stabilità non nasce dall’intensità della motivazione, ma da ciò che scegli di tenere davanti quando l’intensità cala.
Forse allora i buoni propositi falliscono non perché siamo fragili, ma perché li isoliamo. Li trasformiamo in prove di carattere, quando dovrebbero essere risposte di fiducia. La Parola di Dio non chiede di promettere di più, ma di affidarsi meglio. Non chiede di restare sempre affamati, ma di non camminare senza una promessa che ci preceda.
Il proposito che regge non è quello che dice “ce la farò”, ma quello che non si prende il posto di una promessa. La strada resta lunga, il deserto rimane deserto, ma non è vuoto. Dio è davanti a te!
Se la volontà non basta, cambia domanda:
non quanto resisterò, ma chi metterò davanti a me.
È lì che Dio rende possibile continuare a camminare.




