Il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni si apre sulle acque del lago di Tiberiade. Qui non avviene soltanto un’ultima apparizione del Risorto: Pietro non si trova soltanto davanti a Gesù, ma di fronte alla frattura che lo abita.

Egli aveva sempre creduto di essere saldo e integro, più determinato di tanti altri. Quando i suoi compagni avrebbero vacillato, lui sarebbe rimasto fermo; sapeva sempre come agire e cosa dire. Ti suona familiare? Era convinto di conoscersi e di sapere esattamente quale fosse la relazione incontaminata ed esemplare che lo legava a Dio. Tuttavia, inaspettatamente, nel cortile del sommo sacerdote, davanti a volti comuni, cede (Gv 18,15-18.25-27). Non davanti a una prova straordinaria, ma sotto la subdola e letale pressione della paura.

Pietro rinnega Gesù non una volta, ma tre. A destare qualche dubbio non è tanto la banalità del modo in cui questo avviene, quanto i confini stessi della persona di Pietro. Chi è davvero quel discepolo che aveva lasciato tutto per seguire il suo Salvatore? Eppure, lui aveva sempre la risposta giusta, era fervido seguace del Cristo.

«Io vado a pescare» (Gv 21,3). Sono le sole parole che Pietro riesce a dire: non sta semplicemente scegliendo cosa fare, ma sta tornando a ciò che conosce, a un luogo dove si sente più sicuro e meno esposto. È il suo modo di cercare conforto e di sentirsi ancora valido. Pietro sta cercando di delineare nuovamente la propria identità, avendo di fatto perso l’immagine che aveva di sé.

Quella notte lui e i suoi compagni non presero nulla.

Gesù appare all’alba, sulla riva, sereno e silenzioso. Non rimprovera, non allontana, ma osserva. Osserva da lontano e prepara del pane e del pesce. Invita il gruppo: «Venite a mangiare» (Gv 21,12). Con infinita discrezione riduce prima la distanza fisica, poi quella affettiva. Inizia a dialogare con Pietro ponendogli una serie di domande che, ai nostri occhi come a quelli dell’apostolo, risultano come lame che, con precisione chirurgica, arrivano al punto di una ferita che egli sta goffamente tentando di rimarginare.

Nelle prime due domande Gesù utilizza il verbo ἀγαπᾷς (agapàs, «mi ami?») (Gv 21,15-16). Pietro risponde con φιλῶ (filò, «ti voglio bene») (Gv 21,15-16). Non è una sottigliezza grammaticale: è un ridimensionamento profondo. Pietro non osa più dichiarazioni assolute; si fa piccolo perché si sente piccolo. Davanti alla verità manifesta della persona di Gesù, anche la forza del suo amare imperfetto e pauroso si ridimensiona con amarezza.

Alla terza domanda, Gesù si avvicina ancora di più al cuore di Pietro e adotta il suo stesso verbo: φιλεῖς (filèis, «mi vuoi bene?») (Gv 21,17). Il Figlio di Dio scende al livello della sua ferita, senza forzarlo a parole più grandi di lui, a quelle parole che inizialmente avevano tradito il suo Salvatore e attraverso le quali Pietro, in realtà, aveva tradito anche sé stesso.

Proprio questo rattrista Pietro. Rinnegando Gesù, il discepolo ha rinnegato l’immagine che aveva costruito di sé. Eppure, davanti alla perfezione del suo Salvatore — a quell’amore capace di leggerlo dentro e di non inorridirsi delle sue contraddizioni — si sente visto e non giudicato.

Essere visti nella propria vulnerabilità e umanità fa male, ma essere amati nonostante e dentro quella fragilità può guarire.

La domanda che Gesù ti pone oggi non riguarda la tua perfezione, ma la sincerità del tuo cuore.

A volte scopriamo di non essere la persona che immaginavamo. E questo fa male. Ma sotto quella delusione può restare qualcosa di essenziale: la capacità di voler bene.

Gesù non domanda grandezza. Chiede verità. Chiede se, sotto le macerie di un’identità distrutta, confusa e a brandelli, esiste ancora un piccolo spazio aperto.

«Mi vuoi bene?» significa: nonostante tutto, mi lasci entrare? Mi lasci vedere attraverso quei frammenti che conosco molto bene e che a te creano vergogna e colpa?

Mi vuoi bene non è una domanda riferita al ruolo che occupi o all’immagine che proteggi. È rivolta alla parte più vera di te, quella che non può più difendersi ma può ancora consegnarsi.

«Figlio mio, dammi il tuo cuore» (Pr 23,26).

Non la tua perfezione né tantomeno le tue certezze. Il cuore che hai adesso, attraversato da mille contraddizioni.

Se glielo affidi, non sei alla fine: sei nel punto in cui non devi più dimostrare nulla, in cui puoi essere piccolo, perché questa è la tua natura e Dio lo sa molto bene.

Dio ancora oggi può ripartire con te e da te: così come sei, quando smetti di nasconderti da te stesso e, soprattutto, quando smetti di fingere davanti a Lui.