«La mano del Signore era con loro, e grande fu il numero di quelli che credettero» (Atti 11:21)

 

«Prima di essere missionari, dobbiamo essere cristiani: una chiesa senza fondamenta diventa un insieme di attività, ma una chiesa radicata in Cristo diventa luce per le nazioni». Così il pastore Michele Venditti, durante il culto di domenica 7 dicembre a Padova, ha introdotto una meditazione sulla comunità di Antiochia, presentandola come un modello ecclesiale sorto in circostanze avverse ma consolidato dalla grazia di Dio. Il libro degli Atti ricorda che in quella città la mano del Signore accompagnava i credenti, e che lì, per la prima volta, i discepoli furono chiamati “cristiani”, segno di una testimonianza tanto trasparente da rendere immediatamente riconoscibile l’impronta del Vangelo.

La predicazione ha insistito su un punto che spesso viene dato per scontato: la vita della chiesa non si sostiene grazie all’efficienza delle sue attività, ma attraverso la profondità spirituale dei suoi membri. La consacrazione personale, coltivata nella preghiera, nel silenzio davanti a Dio, nella disciplina del cuore, diventa il terreno su cui ogni altra opera può crescere senza deformarsi. Quando questo radicamento viene meno, anche le iniziative più lodevoli rischiano di perdere direzione.

Il pastore ha richiamato poi l’attenzione sulla natura del culto, non un momento da osservare in modo passivo, ma un atto condiviso nel quale ciascuno offre la propria presenza come gesto di obbedienza. La partecipazione consapevole, non occasionale, non marginale, ma assunta come parte essenziale della vita del credente, è ciò che rende la comunità capace di ascoltare la voce dello Spirito e di rispondere con discernimento.

Antiochia emerge così come una chiesa che ha custodito ciò che è fondamentale: la dedizione al Signore, la responsabilità reciproca, la volontà di porre la comunione al di sopra delle preferenze personali. Una chiesa che rimane vigilante nelle fondamenta non smetterà mai di essere missionaria !